Ieri le forze iraniane hanno lanciato un attacco diretto contro la petroliera kuwaitiana carica di greggio Al-Salmi mentre era ancorata nella rada del porto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.
Il colpo ha danneggiato lo scafo della nave, provocato un significativo incendio a bordo e sollevato serie preoccupazioni per un possibile sversamento di petrolio in uno dei principali hub marittimi del mondo. La petroliera trasportava circa 2 milioni di barili di greggio, per un valore superiore ai 200 milioni di dollari. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato l’origine iraniana dell’attacco, e le autorità hanno riferito che l’incendio è stato infine domato, anche se i rischi ambientali restano.
Questo episodio è l’ultimo di una serie di attacchi iraniani contro il traffico commerciale nel Golfo e nell’area dello stretto di Hormuz dall’inizio della campagna militare statunitense-israeliana il 28 febbraio. L’Iran ha ripetutamente preso di mira navi mercantili, incluse petroliere e portarinfuse, utilizzando droni, missili e imbarcazioni esplosive. Queste azioni hanno di fatto interrotto – e in molti casi bloccato – il normale transito attraverso questo passaggio strategico, da cui transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto.
La narrazione ottimistica di Trump contro la realtà iraniana
Nonostante questi sviluppi, il presidente Donald Trump ha continuato a mostrare fiducia nel fatto che l’Iran sia vicino alla resa. In recenti dichiarazioni pubbliche e riunioni di governo, Trump ha ripetutamente affermato che i negoziatori iraniani “stanno implorando un accordo”, descrivendo Teheran come disperata dopo quella che definisce la quasi totale distruzione della sua marina, aviazione e capacità missilistiche. Ha inoltre sottolineato i colloqui indiretti mediati dal Pakistan ed esteso una scadenza al 6 aprile, minacciando di “annientare” le centrali elettriche iraniane, i pozzi petroliferi e il vitale terminale di esportazione di Kharg Island se Teheran non riaprirà lo stretto di Hormuz.
I funzionari iraniani hanno respinto categoricamente questa rappresentazione. In risposta alla proposta statunitense in quindici punti, Teheran ha avanzato cinque contro-condizioni, tra cui spicca il riconoscimento formale del “diritto naturale e legale” dell’Iran alla sovranità e al controllo sullo stretto di Hormuz.
I leader iraniani sostengono che la campagna militare israelo-statunitense abbia modificato radicalmente lo status quo prebellico – in cui la navigazione nello stretto era libera e senza restrizioni – e che Teheran abbia ora sia l’autorità legale sia quella pratica per regolamentare il passaggio. Insistono inoltre sul fatto che non negozieranno “sotto attacco” e chiedono, tra le altre cose, la cessazione completa delle ostilità, riparazioni di guerra e garanzie contro future aggressioni.
Il contrasto tra la retorica di Trump e la situazione sul terreno è netto. Mentre la Casa Bianca parla di “grandi progressi”, l’Iran continua a lanciare attacchi con missili e droni contro obiettivi israeliani, basi statunitensi nel Golfo e infrastrutture critiche nei Paesi vicini. Le forze proxy, inclusi gli Houthi, restano attive, contribuendo ad ampliare ulteriormente il conflitto.
Massiccio rafforzamento delle truppe USA segnala un conflitto più lungo
Lungi dal ridursi, la presenza militare statunitense nella regione si sta espandendo rapidamente. Il 30 marzo, elementi dell’élite 82ª Divisione Aviotrasportata – inclusi quartier generale, unità logistiche e un’intera brigata da combattimento – hanno iniziato ad arrivare in Medio Oriente. Questo dispiegamento si aggiunge ai circa 2.500 Marines recentemente giunti a bordo del gruppo anfibio d’assalto USS Boxer. I rinforzi sono destinati a offrire opzioni per operazioni terrestri, potenzialmente inclusa la messa in sicurezza degli accessi costieri allo stretto di Hormuz o la protezione di infrastrutture energetiche chiave.
Dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, gli Stati Uniti hanno colpito migliaia di obiettivi in Iran. Tuttavia, i costi umani e finanziari stanno aumentando. Le forze statunitensi hanno subito almeno 13 morti e oltre 140 feriti, con ulteriori perdite legate ad attacchi di forze proxy e incidenti operativi. Il Pentagono ha già richiesto finanziamenti supplementari per decine di miliardi di dollari, con stime a lungo termine molto più elevate.
Gli analisti avvertono: guerra di logoramento prolungata
Mentre l’amministrazione Trump ha presentato pubblicamente la campagna come un’operazione limitata di 4-6 settimane, pensata per evitare una nuova “guerra infinita”, la maggior parte degli analisti indipendenti intravede una traiettoria molto diversa. La strategia iraniana sembra basarsi sulla resistenza: assorbire gli attacchi iniziali, sfruttare la profondità geografica, le capacità asimmetriche e le forze regionali alleate per imporre costi nel tempo. Teheran ritiene che sopravvivere all’offensiva e continuare a destabilizzare i mercati energetici globali costituisca già una forma di vittoria strategica.
Questa dinamica sta già producendo una classica guerra di attrito. I prezzi del petrolio hanno superato i 101 dollari al barile, quelli della benzina negli Stati Uniti hanno oltrepassato i 4 dollari al gallone in molte aree, e le catene di approvvigionamento globali restano sotto pressione. I premi assicurativi per la navigazione nel Golfo sono schizzati alle stelle e molte compagnie hanno deviato le rotte con costi aggiuntivi considerevoli. Anche siti culturali e civili sono stati colpiti, suscitando critiche internazionali e preoccupazioni da parte dell’UNESCO.
Gli esperti sottolineano che le posizioni rigide di entrambe le parti, unite a una profonda sfiducia reciproca e a pressioni politiche interne (in particolare per la leadership iraniana nel periodo successivo a Khamenei), rendono altamente improbabile un rapido accordo negoziato. I contatti diplomatici informali proseguono, ma la scadenza del 6 aprile si avvicina senza segnali concreti di compromesso.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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